Sbarramento al primo anno al posto del test di Medicina: è la cosa giusta?

Sbarramento al primo anno al posto del test di Medicina: è la cosa giusta?

Medicina, addio al test. A luglio le nuove regole: accesso libero al primo anno e poi selezione in base agli esami sostenuti e al merito, così come accade in Francia. Eccolo l’ennesimo annuncio della ministra Stefania Giannini contro il numero chiuso a Medicina. Questa volta, però, l’inquilino di viale Trastevere utilizza uno strumento “particolare” per le sue esternazioni: un post sulla pagina Facebook del suo partito, Scelta Civica, in occasione della campagna elettorale per le prossime elezioni europee. E il dibattito si riapre: siamo davvero pronti a importare in Italia il sistema francese? A sentire alcune associazioni studentesche e gli stessi docenti universitari non sembrerebbe questa la soluzione adatta al Belpaese, che annaspa tra clientelismi e endemiche carenze nell’organizzazione universitaria. Oltre a non avere le risorse finanziare per adeguarsi all’esempio francese.

In Francia Medicina funziona così: l’accesso al corso è libero; chi lo desidera può iscriversi al primo anno e la selezione si effettua sul risultato degli esami del primo anno, ammettendo al proseguimento degli studi soltanto gli studenti più bravi. In caso di punteggio scarso o non adeguato all’esame di sbarramento del primo anno, la Facoltà indica agli studenti percorsi alternativi (Professioni sanitarie, Biotecnologia, ecc.) sulla base dei risultati dei test, senza così perdere l’anno e i crediti maturati. L’esame si può ripetere solo una volta.

In Italia, invece, esiste il numero programmato (in vigore dal 1999) non solo per adeguare il sistema formativo italiano alle direttive dell’Unione Europea, ma soprattutto per riuscire a bilanciare il fabbisogno di laureati (evitando di avere medici disoccupati) con l’organizzazione didattica delle Università (aumentando la qualità della formazione). Pertanto, proporre una modalità di accesso a Medicina diversa dal test d’ingresso – così come fa la Giannini – non può prescindere dallo stato attuale delle cose. La domanda, quindi, sorge spontanea: quanto è fattibile trasferire in toto il sistema francese in Italia? Poco o per nulla, dicono gli addetti ai lavori.

Le obiezioni. La prima riguarda l’esercito degli studenti che le università dovrebbero accogliere già dal 2015. «I candidati all’esame di ammissione eccedono in genere di circa 7­-8 volte i posti disponibili, che, giova ricordarlo, sono calcolati, secondo norme stabilite dall’Unione Europea, in base ai posti letto dell’ospedale associato ad ogni Facoltà di Medicina e Chirurgia. Questo implica che le strutture didattiche del primo anno (numero di docenti, aule, laboratori e biblioteche) dovrebbero essere ampliate in modo molto significativo, almeno di 7 volte», sosteneva Andrea Bellelli, professore di Biochimica alla Sapienza di Roma, nel nostro articolo di qualche settimana fa.

Dello stesso avviso Amedeo Bianco, presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, che nel nostro articolo del 12 maggio denunciava: «Prendiamo il caso di Torino. Se adottassimo il modello francese, gli studenti passerebbero da 300 a 1800. Dove si farebbero le lezioni? Negli stadi? Su questo è necessario riflettere, prendersi del tempo e trovare gli strumenti che possano migliorare il sistema. La selezione, per sua natura, è imperfetta e può essere più o meno ingiusta. Questa è la premessa. Ma siamo sicuri che spostare il test al termine del primo anno vada davvero a favore degli studenti?». E i soldi? Ci sono le risorse finanziare per riorganizzare gli spazi e chiamare nuovi docenti? Perché, ovvio, gli introiti delle tasse universitarie non basterebbero mica…

La seconda obiezione è sulle le modalità di selezione alla fine del primo anno. L’ordinamento universitario italiano prevede le interrogazioni orali, che «vanno bene per testare le capacità di ragionamento del candidato, ma si prestano ad ogni sorta di favoritismo e raccomandazione.Ci saranno, quindi, ricorsi a non finire su ogni singolo esame? Gli studenti rifiuteranno ogni voto inferiore al 30 e lode? Oppure le modalità di esame, almeno per il primo anno, saranno cambiate radicalmente e ci sarà un quizzone gigantesco una tantum su tutte le materie? Si può dire quello che si vuole sul concorso attuale, ma di certo è infinitamente più oggettivo e meno “aggirabile” di una serie di esami orali», il parere del prof. Bellelli.

Terza obiezione. Se la selezione al termine del primo anno dovrà essere molto severa, che fine faranno gli studenti che, malgrado medie molto alte, non supereranno lo sbarramento? Perderanno un anno di università? Peggio ancora, saranno espulsi d’autorità dal corso? Ovviamente no, perché, come spiega Bellelli, «le attuali normative universitarie consentono a tutti di ripetere gli anni di corso sostanzialmente all’infinito. Se però rimanesse questa possibilità, il primo anno di corso si gonfierebbe di studenti ben oltre qualunque possibile soluzione poiché, ad esempio, al secondo anno di applicazione della norma, il corso si troverebbe a contenere quasi il doppio degli studenti previsti a regime negli anni successivi, ossia la metà dei neo­iscritti più i ripetenti».

E se in un primo momento le associazioni studentesche avevano accolto con entusiasmo le esternazioni della Giannini sull’abolizione del test, ora ci vanno caute. Secondo Anaao Giovani, il sindacato dei giovani medici, «la selezione “sul campo” da svolgere durante il primo anno di studi non consentirebbe la programmazione “chirurgica” dei medici di cui l’Italia ha bisogno, oltre che minacciare seriamente la qualità della didattica». «Rivedere il sistema è un passo importante che non può prescindere da noi studenti, o qualsiasi modifica o ipotesi di modifica sarà uno dei tanti spot elettorali che non andrà a migliorare veramente il sistema», la posizione di Alberto Irone, portavoce Rete Studenti Medi. Per questo motivo, quindi, le associazioni di studenti chiedono al ministro di aprire «un tavolo di confronto con gli studenti per rivedere l’attuale sistema d’accesso, un tavolo ad oggi non ancora istituito».

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