Test di Medicina sì, test di Medicina no: qual è la soluzione?

Test di Medicina sì, test di Medicina no. Da un lato la Costituzione italiana che garantisce il libero accesso all’università, dall’altro il nostro Sistema sanitario nazionale che, così com’è strutturato, non offre concrete possibilità di lavoro ai giovani medici neolaureati per via della mancanza di posti nelle Scuole di specializzazione. Come alternativa al numero chiuso il Ministro Giannini propone, chissà se solo sull’onda delle prossime elezioni europee, il modello “alla francese”, che prevede lo sbarramento al primo anno di corso, ma a sentire alcune associazioni studentesche e gli stessi docenti universitari non sembrerebbe questa la soluzione adatta al Belpaese, che annaspa tra clientelismi e endemiche carenze nell’organizzazione universitaria.

In Francia Medicina funziona così: l’accesso al corso è libero; chi lo desidera può iscriversi al primo anno e la selezione si effettua basandosi sul risultato degli esami del primo anno, ammettendo al proseguimento degli studi soltanto gli studenti più bravi. In Italia, invece, dal 1999 è entrato in vigore il numero programmato, istituito non solo per adeguare il sistema formativo italiano alle direttive dell’Unione Europea, ma soprattutto per riuscire a bilanciare il fabbisogno di laureati (evitando di avere medici disoccupati) con l’organizzazione didattica delle Università (aumentando la qualità della formazione). Ora, è fuor di dubbio che proporre una modalità di accesso a Medicina diversa dal test d’ingresso non possa prescindere dallo stato attuale delle cose.

Nel blog de IlFattoQuotidiano.it, Andrea Bellelli, in qualità di professore di Biochimica alla Sapienza di Roma, spiega le sue perplessità sulla trasposizione del modello francese nell’università italiana. “I candidati all’esame di ammissione eccedono in genere di circa 7­-8 volte i posti disponibili, che, giova ricordarlo, sono calcolati, secondo norme stabilite dall’Unione Europea, in base ai posti letto dell’ospedale associato ad ogni Facoltà di Medicina e Chirurgia. Questo implica – chiarisce il docente – che le strutture didattiche del primo anno (numero di docenti, aule, laboratori e biblioteche) dovrebbero essere ampliate in modo molto significativo, almeno di 7 volte”.

Lo “sbarramento” francese presuppone una selezione alla fine del primo anno. Già, ma in che modo?  “Le modalità di esame previste nell’ordinamento universitario italiano prevedono sempre interrogazioni orali. Vanno bene per testare le capacità di ragionamento del candidato, ma si prestano ad ogni sorta di favoritismo e raccomandazione. Mi chiedo: ci saranno ricorsi a non finire su ogni singolo esame? Gli studenti rifiuteranno ogni voto inferiore al 30 e lode? Oppure le modalità di esame, almeno per il primo anno, saranno cambiate radicalmente e ci sarà un quizzone gigantesco una tantum su tutte le materie? Si può dire quello che si vuole sul concorso attuale, ma di certo è infinitamente più oggettivo e meno “aggirabile” di una serie di esami orali, il parere del docente.

Il modello francese, inoltre, implica che la selezione alla fine del primo anno debba essere molto severa “e promuoverà soltanto un settimo dei candidati: che faranno gli altri sei settimi, che a quel punto hanno perso un anno della loro vita formativa, raggiungendo magari medie onorevoli del 27 o giù di lì?” . Qual è l’alternativa, dunque, per gli studenti che non riusciranno ad accedere al secondo anno? “Saranno espulsi d’autorità dal corso?”, s’interroga Bellelli. Ovviamente no, perché, come spiega lo stesso docente, “le attuali normative universitarie consentono a tutti di ripetere gli anni di corso sostanzialmente all’infinito. Se però rimanesse questa possibilità, il primo anno di corso si gonfierebbe di studenti ben oltre qualunque possibile soluzione poiché, ad esempio, al secondo anno di applicazione della norma, il corso si troverebbe a contenere quasi il doppio degli studenti previsti a regime negli anni successivi: la metà dei neo­iscritti più i ripetenti”.

Dubbiosi anche gli stessi studenti. Secondo Anaao Giovani, il sindacato dei giovani medici, la selezione “sul campo” da svolgere durante il primo anno di studi non consentirebbe la programmazione “chirurgica” dei medici di cui l’Italia ha bisogno. “L’Università italiana – si legge nel comunicato stampa di Anaao Giovani – non riuscendo con gli attuali finanziamenti a garantire la formazione e i servizi per il primo anno di Medicina a una platea di oltre 60mila aspiranti medici, correrebbe il rischio di abbassare sensibilmente la qualità formativa dell’iter di studi. Non vorremmo che la ragione per passare dal sistema attuale, certo migliorabile, al modello francese consistesse nella volontà di trovare un pretesto per aumentare il fondo di finanziamento ordinario universitario (Ffo) e dare respiro alle casse ormai vuote degli atenei italiani”.

Il numero chiuso non piace a nessuno, men che meno lo strumento “quiz”, ma qualsiasi correttivo si voglia proporre non può non tener conto dei problemi che potrebbero scaturire dalla loro introduzione nell’attuale sistema universitario italiano. Per l’Anaao Giovani, il numero chiuso a Medicina resta quindi l’unico modo per offrire concrete possibilità di lavoro ai giovani medici neolaureati, oggi costretti per anni al precariato senza poter avere accesso alla specializzazione, “a condizione però di una puntuale programmazione del fabbisogno di medici e di specialisti”.

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