Rubrica «Studiare nel rumore» – Metodo di studio – di Valeria Crisafulli.
Nel De Oratore, Cicerone racconta una storia che agli esperti di memoria piace ripetere da duemila anni. Simonide di Ceo, poeta, era stato invitato a un banchetto; uscito un momento dalla sala, questa crollò e i commensali rimasero sepolti, i corpi irriconoscibili. Simonide riuscì a identificarli uno per uno ricordando semplicemente dove ciascuno era seduto: fu, secondo la tradizione riportata da Cicerone, la scoperta che immagini vivide disposte in un ordine spaziale si fissano nella memoria molto più saldamente di un elenco astratto. È l’origine, per quanto in parte leggendaria, di quella che oggi chiamiamo la tecnica dei loci, o “palazzo della memoria“.
Questo aneddoto resta istruttivo per una ragione precisa: dice che la memoria non è un magazzino passivo dove le cose “restano” o “si perdono” per caso, ma un sistema che risponde a una struttura. Il punto è esattamente questo: come dare struttura a ciò che, letto e recuperato bene, resta comunque difficile da fissare – formule, classificazioni, sequenze, nomenclature.
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Ripetizione Dilazionata – Prima regola: decidere cosa studiare a fondo
Prima ancora di scegliere una tecnica, vale la pena fermarsi su una domanda che quasi tutti saltano: quanto a fondo serve sapere questo? John Sweller, con la teoria del carico cognitivo (Sweller, 1988), ha mostrato che la memoria di lavoro ha una capacità limitata: quando il materiale è troppo, o viene trattato tutto con la stessa intensità, l’apprendimento si blocca prima di arrivare a ciò che conta davvero.
Le mnemotecniche che vedremo tra poco rendono un contenuto più facile da fissare, ma non sostituiscono questa selezione a monte: funzionano meglio applicate a un nucleo scelto di concetti – formule, classificazioni, nomi – non a un intero manuale trattato riga per riga con la stessa cura.
Perché il recupero da solo non sempre basta
Il recupero attivo e la lettura strategica sono strumenti potenti, ma pensati soprattutto per la comprensione e la ritenzione di concetti e ragionamenti. C’è però una parte del sapere – chi studia biologia, chimica, diritto o qualunque materia con una componente nozionistica lo sa bene – che va semplicemente saputa a memoria, indipendentemente da quanto la si sia capita. È qui che entrano in gioco le mnemotecniche: acronimi per le liste, immagini per le associazioni arbitrarie, il palazzo della memoria per le sequenze. Ogni tipo di contenuto ha una tecnica più adatta: non esiste un unico trucco che funziona per tutto, ed è per questo che vale la pena conoscerne più di uno.

A una settimana di distanza, chi si autointerroga ricorda più del doppio rispetto a chi si limita a rileggere (Karpicke & Roediger, 2008): è la prova sperimentale più citata a favore del recupero attivo.
Come funziona davvero la memoria: quattro leve
Prima delle singole tecniche, vale la pena capire su quali meccanismi si appoggiano tutte. La ricerca psicologica e neuroscientifica ha isolato quattro leve, distinte ma complementari, su cui si basa qualunque mnemotecnica funzioni davvero.
| Leva | Cosa dice la ricerca | Come si applica |
| Livelli di elaborazione (Craik & Lockhart, 1972) | Elaborare il significato di un’informazione (elaborazione profonda) la fissa meglio che limitarsi al suono o all’aspetto grafico (elaborazione superficiale) | Chiedersi “perché è vero” o “a cosa assomiglia”, non limitarsi a ripetere il suono della parola |
| Doppia codifica (Paivio, 1971) | Un’informazione codificata sia a parole sia per immagini si ricorda meglio di una codificata in un solo modo | Abbinare sempre uno schema, un disegno o un’immagine mentale al testo |
| Chunking (Miller, 1956; Cowan, 2001) | La memoria di lavoro trattiene solo pochi “blocchi” alla volta (stima classica 7±2, quella più recente intorno a 4); raggruppare le informazioni in unità più ampie ne aumenta la capacità effettiva | Raggruppare cifre, passaggi, elenchi in blocchi con un senso, non elemento per elemento |
| Consolidamento nel sonno (Diekelmann & Born, 2010) | Il sonno, in particolare le fasi profonde, consolida attivamente le tracce di memoria appena acquisite – non si limita a proteggerle passivamente dalle interferenze | Dormire a sufficienza nelle notti successive allo studio non è accessorio: è parte del metodo |

Su questa curva – un calo rapido nelle prime ore e nei primi giorni, poi un decadimento sempre più lento – si costruisce tutto il ragionamento sulla ripetizione dilazionata di cui si parla più sotto: non è un’intuizione recente, Hermann Ebbinghaus la descrisse già nel 1885 studiando la propria memoria per liste di sillabe senza senso, ed è stata replicata con successo oltre un secolo dopo (Murre & Dros, 2015).
Il vero moltiplicatore: distribuire nel tempo
Se le mnemotecniche sono lo strumento, la ripetizione dilazionata è ciò che ne moltiplica l’effetto. Cepeda e colleghi, in una serie di studi ampiamente replicati, hanno mostrato che a parità di tempo totale investito, distribuire le sessioni di ripasso nel tempo produce un ricordo molto più duraturo che concentrarle in un’unica maratona (Cepeda et al., 2006; 2008). Il momento migliore per ripassare, secondo le evidenze scientifiche – non è quando l’informazione è ancora fresca: è quando comincia a sbiadire, esattamente nel punto in cui la curva di Ebbinghaus comincia a scendere. Quella leggera fatica del recuperarla appena in tempo è ciò che la consolida davvero.

L’intervallo ottimale tra un ripasso e l’altro non è fisso: cresce in valore assoluto più la prova è lontana, ma cala in proporzione (Cepeda et al., 2008).
C’è anche un dato più recente, e per certi versi più affascinante, che riguarda non tanto quando ripassare ma come orientarsi mentre lo si fa: uno studio di Dahmani e Bohbot (2020) ha mostrato che le persone che tendono a usare strategie spaziali – orientarsi per punti di riferimento, per relazioni tra i luoghi, piuttosto che seguire istruzioni passo dopo passo – mostrano un ippocampo più efficiente e prestazioni di memoria migliori. È un’ulteriore conferma, su basi neuroscientifiche più recenti, di ciò che Simonide aveva intuito per via aneddotica: organizzare l’informazione in uno spazio mentale, invece che subirla come una sequenza lineare, aiuta la memoria a trattenerla.
Non stupisce che, nella rassegna di Dunlosky e colleghi (2013), la pratica distribuita risulti, insieme al recupero attivo, tra le poche tecniche ad alta utilità dimostrata, a differenza di rilettura e sottolineatura.
Un quinto ingrediente: mescolare gli argomenti
C’è un’ultima leva, meno nota delle altre ma altrettanto solida, che riguarda come si organizza il ripasso più che come lo si distribuisce nel tempo. L’istinto è procedere “a blocchi”: prima tutto un argomento, poi il successivo (AAA-BBB-CCC). La pratica interlacciata, o interleaving, fa l’opposto: mescola gli argomenti, in modo che due ripassi consecutivi non riguardino mai lo stesso tema (ABC-BCA-CAB).
Taylor e Rohrer (2010) hanno messo alla prova le due modalità facendo esercitare studenti su diversi tipi di problemi, a parità di spaziatura: la pratica interlacciata è risultata più faticosa durante lo studio, ma ha prodotto un punteggio circa doppio al test del giorno dopo.

Ciò che sembra più difficile durante lo studio è ciò che rende di più al momento della prova (Taylor & Rohrer, 2010).
Recupero, distribuzione e interleaving hanno in comune una cosa: funzionano proprio perché sono scomodi. Robert Bjork le ha chiamate “difficoltà desiderabili” (Bjork, 1994) – lo sforzo che si prova nel momento è il segnale che si sta costruendo una traccia di memoria più solida, non un ostacolo da evitare scegliendo la scorciatoia più comoda.
Le mnemotecniche in azione
Le quattro leve viste sopra non restano teoria: si traducono in tecniche concrete, ciascuna più adatta a un tipo di contenuto diverso.
| Tecnica | Per cosa serve | Esempio pratico |
| Palazzo della memoria (metodo dei loci) | Sequenze lunghe e ordinate: una lista, i passaggi di un processo, la scaletta di un discorso | Immaginare il percorso di casa propria e “appoggiare” un’immagine vivida a ogni tappa, nell’ordine in cui si cammina |
| Metodo delle parole-chiave (Atkinson, 1975) | Vocaboli stranieri o termini tecnici nuovi | Per ricordare che “chiave” in spagnolo si dice llave, si immagina una chiave enorme che apre un lucchetto: suono e immagine si rinforzano a vicenda |
| Chunking | Sequenze numeriche o elenchi lunghi senza una struttura naturale | Un codice come 3-9-4-7-2-1-8 si ricorda meglio raggruppato in blocchi con un senso (394 – 721 – 8) che cifra per cifra |
| Acronimi e acrostici | Elenchi brevi, in un ordine fisso, da richiamare rapidamente | Una frase costruita apposta in cui ogni iniziale richiama un elemento della lista, nell’ordine giusto |
Una meta-analisi recente (Twomey & Kroneisen, 2021, su 13 studi controllati) conferma un effetto medio a favore del metodo dei loci rispetto a tecniche di controllo; revisioni più recenti invitano comunque a una certa cautela sulla qualità complessiva degli studi disponibili, ed è corretto dirlo: l’entusiasmo per una tecnica non deve mai sostituire la lettura critica delle prove che la sostengono.
Come costruirsi un primo sistema
Non serve un software sofisticato per cominciare. Bastano cartoncini tagliati, o un mazzo digitale su un’app di flashcard, seguendo poche regole. Nel caso in cui abbiate tra le mani uno dei nostri Manuali, potete usare Eddie, l’assistente virtuale EdiSES è stato progettato proprio sulla base dei più recenti e consolidati risultati della ricerca scientifica in materia di apprendimento e contiene tutti gli strumenti necessari (test per l’autoverifica, con suggerimenti e poi spiegazioni, flash card, domande di completamento) proprio per favorire il flussi virtuosi di recupero delle conoscenze. Per maggiori informazioni sulle funzionalità di Eddie, visata la pagina dedicata.
| Una carta, un concetto solo | Carte affollate, per “fare prima”, non si riescono mai a recuperare per intero |
| La domanda deve obbligare al recupero, non al riconoscimento | Se la risposta si indovina guardando la domanda, la carta non sta insegnando nulla |
| Rivedete le carte a distanza crescente | Il giorno dopo, poi dopo tre giorni, poi dopo una settimana: è l’applicazione pratica della ripetizione dilazionata |
| Alternate gli argomenti | Mescolare carte di capitoli diversi è più faticoso, ed è per questo che funziona meglio: allena a riconoscere a quale argomento appartiene ogni domanda |
| Per chi accompagna Se siete genitori o insegnanti, un segnale utile da osservare è come uno studente ripassa nei giorni prima di una verifica su materiale nozionistico – una tabella di elementi, una sequenza storica, il lessico di una lingua straniera. Se lo fa tutto insieme, la sera prima, con lunghe sessioni di rilettura, sta probabilmente costruendo una sicurezza che non durerà oltre il giorno dopo. Non serve controllare quante ore ha studiato, ma se ha distribuito il ripasso su più giorni: anche dieci minuti al giorno per una settimana valgono più di un’ora tutta insieme la sera prima. E vale la pena ricordare, senza allarmismo, che anche il sonno fa parte dello studio: una serata passata a ripassare fino a tardi, sacrificando ore di sonno, rischia di vanificare parte di quello che si è appena imparato. |
Un mazzo che cresce piano
Non serve costruire un mazzo perfetto al primo tentativo: la qualità delle carte migliora scrivendole, sbagliandole, riscrivendole.
Chiudo con un’altra immagine, per restare in tema di palazzi mentali. Quando preparavo i miei esami più nozionistici – le classificazioni botaniche, in particolare, che non mi appassionavano affatto – mi ero costruita un percorso mentale nel palazzo in cui abitavo da studentessa: ogni pianerottolo custodiva una famiglia botanica, ogni porta un genere. Non l’avevo studiato su nessun manuale di tecniche di memoria: l’avevo semplicemente inventato per necessità, perché rileggere quella lista per l’ennesima volta non mi aiutava a memorizzare. Funzionò, e mi capita ancora oggi, a distanza di tanti anni, di ricordare quel corridoio immaginario più nitidamente di molte lezioni frequentate di persona. Non è magia: è la stessa struttura che soccorse Simonide tra le macerie del banchetto, applicata a un problema molto più modesto e molto più comune – un esame da preparare.




