Ammissioni all’università: il modello americano

Ammissioni all’università: il modello americano

Che sia la verità o una semplice trovata elettorale, la proclamazione della ministra Stefania Giannini via Facebook di voler abolire il test di ammissione a Medicina e sostituirlo con un esame di sbarramento al primo anno, così come accade in Francia, aprendo l’accesso a tutti, ha generato un vespaio di polemiche che hanno un unico comune denominatore: il test di ammissione attuale, così com’è, non va, né tantomeno l’esperienza francese è mutuabile da noi. Insomma, qualcosa s’ha da fare. Sì, ma cosa? Dopo avervi illustrato come è strutturata l’ammissione al corso di laurea in Medicina nel resto d’Europa, vi spieghiamo cosa accade nella patria della selezione e della valutazione, ovvero gli Stati Uniti.

A prescindere dal corso di laurea, l’accesso all’università per gli americani è un vero scoglio, non solo in termini finanziari, dal momento che le rette possono superare addirittura i 50mila dollari, ma soprattutto dal punto di vista della selezione. Negli atenei d’oltreoceano, infatti, il concetto di “selezione” assume connotazioni del tutto diverse rispetto alla lotteria dei quiz italiani, perché si tratta di un processo. Un processo che comincia già dalla scuola, alle superiori, nelle cosiddette high schools, dove consulenti specializzati nell’orientamento accompagnano per mano gli studenti al momento della scelta universitaria.

Negli ultimi anni di scuola, infatti, gli studenti sono già sottoposti a vari test di valutazione. Queste prove si tengono più volte durante l’anno, a prescindere dal corso di laurea che si andrà a scegliere, e sono di due tipi: il SAT (dalle sigle “Scholastic Aptitude Test” e “Scholastic Assessment Test”) e l’ACT (“American College Testing”). Si tratta di strumenti di vecchissima data, più che consolidati nel tempo: il primo è in uso dal 1901, mentre il secondo venne alla luce per la prima volta nel 1959. Le diverse università indicano quali test richiedono, se il SAT o l’ACT*.

Durante l’ultimo anno di liceo, lo studente inoltra la domanda di ammissione presso una serie di università (in media non meno di 4, un po’ come accade anche nel Regno Unito) e inizia così un “cammino” di selezione e valutazione fatto di presentazione di domande e titoli, test, interviste. Un percorso in più step che porterà l’ateneo a valutare nel modo più adeguato possibile lo studente che sta chiedendo di entrare, secondo criteri che si aggiornano continuamente e che mirano a conoscere realmente il candidato.

Se c’è, dunque, un elemento che contraddistingue il processo di selezione negli atenei americani rispetto a quello europeo e, in particolare, a quello italiano, è il modo di valutare gli studenti. Esprimere un giudizio non è mai cosa facile: occorre tempo, occorrono strumenti diversi, talvolta aiuta addirittura ascoltare il parere di chi è venuto a contatto con il candidato (le famose “referenze”). Tutto questo per dire che non è certo affollando le aule al primo anno di Medicina che si recupera l’adeguatezza nel giudizio. Un professore non potrà mai valutare uno studente al meglio oppure offrire un servizio eccellente se viene impegnato con un numero di studenti sei o sette volte superiore.

Ecco perché la soluzione per l’Italia va meditata, non ipotizzata dalle pagine di un social network. Se il modello americano non è perseguibile perché il sistema universitario italiano è radicalmente differente, può almeno servire per trarre qualche spunto di riflessione. L’orientamento scolastico, per esempio. Uno strumento che da noi viene ancora poco e male utilizzato. E poi lo stesso metodo di valutazione. Con l’importazione del modello francese che aprirà le porte a oltre 60mila ragazzi al primo anno, in che modo potranno giudicare i docenti? Saranno costretti ad affiancare agli esami anche dei test? Insomma, il connubio orientamento e processo di selezione (e non più un quiz secco) potrebbe essere una proposta più valida e fattiva. E chissà che la ministra Giannini, con suo pool di esperti, non l’abbia già intuito…

*Fonte, Sussidiario.net, “Test d’ingresso, prendiamo il buono del modello Usa” di Nicola Sabatini

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