Professioni Sanitarie, urge una riforma degli ordini

La regolamentazione degli ordini delle Professioni Sanitarie risale a circa 60 anni fa, quando venne emanato il decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 13 settembre 1946, n. 233, e relativo regolamento di attuazione (Dpr 5 aprile 1950 n. 221), per la riattivazione degli Ordini e dei Collegi. Secondo il parere di molti autorevoli esperti, questa regolamentazione necessita di essere aggiornata e riformata per ammodernare una disciplina che, pur avendo avuto il pregio di consentire il corretto funzionamento degli Ordini fino ai nostri giorni, richiede di essere migliorata per far fronte alle nuove istanze emergenti.
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Gli albi delle professioni sanitarie

Il provvedimento interessa circa 1.100.000 operatori sanitari afferenti a 25 professioni di cui il 40,6% ai tre Ordini dei medici, odontoiatri e dei veterinari, il 42,8% ai tre Collegi di infermieri, ostetriche e Tecnici di radiologia, e una parte residua per il 16,7% alle 17 professioni sanitarie prive di albo come Fisioterapisti, Tecnici laboratorio, Tecnici prevenzione, Logopedisti, che secondo il Ddl 1324 dovrebbero confluire sotto l’Ordine dei Tecnici di radiologia, lasciando quindi inalterati a tre gli organismi esistenti. Stupisce in particolare che questa parte minoritaria di professionisti continui a non avere gli stessi doveri e diritti di tutti gli altri.
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Non sono mancati i progetti di legge che a un passo dalla definitiva approvazione si sono poi volatilizzati. Fu così nel 1999 quando nella legge 42 fu tolto all’ultimo momento l’articolato che istituiva gli Albi.
Vano fu il tentativo fatto nel 2006 con la legge 43, su cui venne fatta cadere la delega per il decreto attuativo.
Intanto le associazioni professionali sono diventate interlocutori indispensabili per le Istituzioni, dai ministeri al Parlamento, dalle Regioni alle Commissioni e ai Comitati come Ecm, Cogeaps, alle Università per l’esame di Stato abilitante alla professione e all’Osservatorio Miur. Trattasi di impegni rilevanti che gravano sulle rispettive organizzazioni professionali che peraltro cominciano a essere in sofferenza per far fronte alle numerose segnalazioni di esercizio abusivo della professione, specie nell’area della Riabilitazione.
Risulta inoltre sperequante l’adesione ai rispettivi organismi, che essendo obbligatoria per legge è del 100% nel caso delle citate professioni regolamentate da Ordini e Collegi, che sono l’83%; mentre per il restante 16,7% afferente alle 17 professioni prive di albo, le rispettive associazioni possono contare solo sul 18% di iscrizioni volontarie da parte degli operatori (si veda “Il Sole-24 Ore Sanità” n. 32/2014).
Tutto questo porta a riflettere a tal punto che, se viene giustamente messa in discussione la garanzia di democrazia nella gestione degli Ordini, è sicuramente molto peggio la situazione di precaria rappresentatività delle associazioni che spesso e in ogni caso vengono chiamate a svolgere – di fatto – le funzioni di albi, pur essendone tuttora carenti.

fonte: il sole 24 ore sanità del 2 aprile 2015

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